lunedì 1 luglio 2013

Xera, la ragazza con la spada

Reazioni: 
<<Yak, Yak e ancora Yak! Sono stanca di questi dannati animali!>> 
Xera ricordò l’ultima frase pronunciata a sua madre prima di essere scelta, tra i pochi eletti delle terre di Raifaelia, per partecipare alla competizione presso l’isola di Horsia per giovani aspiranti leve.
Sembrò essere passato un secolo dal fatidico giorno e ricordare quelle parole fu per la giovane paladina come rivangare un lontano ricordo sbiadito, quasi come un dipinto dimenticato in un angolo della soffitta di casa.

Mentre affilava la sua amata spada, Spina di Rosa, che le illuminava il viso con il suo bagliore rosso, con il pensiero tornò alle terre lontane della sua amata Dalihan sempre verdeggiante e dai cieli azzurri perenni, come se il grigio non potesse mai toccarla o scalfirla.
Tra quelle lande incontaminate c’era una piccola e modesta capanna. Quell’alloggio non aveva troppe pretese, se non il desiderio di riparare i suoi abitanti dal freddo della notte. Non c’erano fronzoli o ornamenti che avrebbero potuto renderla più invitante, solo un forte odore di pelle di Yak Selvatico esposta su una delle pareti della casa come trofeo di qualche caccia passata.

La famiglia che alloggiava in quella dimora era umile e senza sogni che potessero scavalcare i monti di Dalihan. Quella vita era stata loro donata dalla dea Raifhee pensavano, perché desiderare di meglio?
Tutto era immutabile come se il tempo non esistesse; i soli sorgevano e tramontavano e i giorni si ripetevano scandagliati solo dal lavoro, almeno sino a quando la giovane donna dai folti capelli rossi come il sole al tramonto, non scoprì di attendere un bambino.

La felicità per quella notizia assai lieta rese quell’abitazione umile, una casa. Un bambino era il dono della Dea per ricompensare il duro lavoro della famiglia e la loro devozione alla divinità.
<<Che sia maschio, mia dolce Annabell, così che possa aiutarmi nel mio duro lavoro!>> questo era il desiderio del giovane pastore rivolto più volte alla sua amata, quasi come se lei avesse facoltà di scelta.
Annabell invece, sapeva che quella creatura sarebbe stata diversa da ciò che speravano. Lo sentiva agitarsi nel suo grembo come fosse in costante lotta, così da costringerla a cantargli la canzone dei Pillim per calmarlo. Solo quelle note sapevano farlo addormentare. Dolcemente Annabell si accarezzò il pancione sperando che quelle sensazioni fossero solo i timori infondati di una madre un po’ preoccupata.

La sua felicità crebbe giorno dopo giorno, poiché il momento tanto atteso si stava finalmente avvicinando; era ormai impaziente di poter stringere il suo bambino o la sua bambina.
Un angolo della stanza era stato sistemato alla buona con ciò che la famiglia poteva permettersi, ossia pelle di Yak cucita e profumata da fiori selvatici, preparata dalle mani esperte di Annabell. Una piccola culla intagliata a mano dal giovane pastore occupava tutto il resto di quel modesto  angolo, dipinta di verde come i campi di Dalihan e di azzurro come il cielo e come gli occhi della giovane madre, anche se Annabell ci vide un chiaro e mal celato desiderio del marito di avere un maschio. A lei però non interessava, l’importante era che fosse forte e sano.
 A questo pensò poco prima di mettersi a letto accanto al suo giovane sposo, che la abbracciava per tenerla al caldo. Sperò che quella sensazione di estrema felicità potesse durare a lungo; il suo desiderio fu espresso proprio mentre dal cielo cadeva una stella.

2 commenti:

  1. Risposte
    1. ti ringrazio, spero ti piacerà anche il resto del racconto, lo trovi sul blog :)

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