martedì 7 ottobre 2014

Xera, la ragazza con la spada (pag. 100)

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Il camino emanava un flebile calore, segnale che il fuoco era sul punto di estinguersi. I ciocchi di legno erano diventati carbone che a malapena baluginava, perché ricoperti da un ricco strato di cenere bianca. Per due giorni quel focolare era stato alimentato senza sosta e all’alba del terzo, restava ormai ben poco da ardere nella cesta accanto al camino. Il calderone, adagiato alla solida struttura di ferro battuto, era diventato freddo da diverse ore e il suo costante ribollire aveva ceduto il posto a un forzato silenzio. Solo il profondo respiro della donna appoggiata al bancone, interrompeva la quiete in una singolare alternanza. Sul divano invece, la fanciulla dai capelli scarlatti era ancora immersa in un sonno senza fine, respirando a malapena. Soltanto il lento movimento delle costole, tradiva il triste aspetto che aveva assunto in così poco tempo.
I raggi del primo sole varcarono con forza le spesse assi di legno che serravano le finestre e lentamente l’angusta stanza cominciò a cambiare colore. L’oscurità divenne ombra che a sua volta si fece subito chiarore. La Paramal si svegliò di soprassalto, forse vittima di uno di quegli incubi che da sempre perseguitavano i suoi sogni. Erano iniziati quando era solo una bambina: un flusso di voci e volti in costante ricerca d’aiuto e per i quali nessuno avrebbe potuto fare più nulla. Nonostante l’avanzata età, l’angoscia arrecata da quelle visioni non l’aveva mai abbandonata, tuttavia sapeva bene che le sarebbero bastati un sorso del suo intruglio preferito e una buona boccata alla lunga pipa per tornare alla normalità.

In pochi minuti la dimora si riempì di quel tanfo che per certi versi ricordava l’incenso, se non fosse stato per il nauseante profumo della donna che si era mescolato con il fumo della pipa. La boccetta d’argento con il marchio della sua famiglia (un volto caprino con tre occhi, circondato da delle fiamme che lo incorniciavano) era adagiata sul bancone con il tappo ricurvo; un unico sorso non le era bastato. Il forte aroma di alcol, mescolato alla soluzione grigia contenuta della boccetta, aveva invaso la sua gola fino ad arrivare alle narici e subito la calma s’impadronì di lei. Madame Taròt si sollevò a fatica dalla sedia di legno che per due giorni era stata il suo unico giaciglio e la vecchia schiena presto le ricordò quanto in la fosse con gli anni. Superato il divano di velluto accanto al camino, si accertò che la sua ospite fosse ancora viva, sebbene il suo aspetto dicesse il contrario. La donna afferrò il fantoccio deposto ai piedi di Xera e voltandolo constatò che tutto fosse apposto, ma mancava poco ormai e dei due ragazzi non vi era nessuna traccia. Attraverso le carte aveva provato a seguire i loro movimenti, ma con scarsi risultati. <<Che siano morti?>> pensò scrutando da una feritoia sulla porta che le permetteva di osservare la strada. Tornata infine accanto alla fanciulla, le depose delicatamente una mano sulla fronte per poi ritrarla in fretta. <<Mi dispiace bambina>> disse con rammarico. La pelle pallida della fanciulla era diventata anche molto fredda e se il rimedio non fosse giunto in tempo, niente e nessuno l’avrebbe più salvata. 

Presto anche il secondo Sole fece capolino avvolgendo con il suo calore la vecchia dimora. Il respiro di Xera si fece più flebile e il movimento del petto divenne impercettibile. Madame Taròt allora cercò di somministrarle dell’altra minestra, ma la fanciulla non riusciva più a deglutire. Con la stoffa candida in cui erano stati avvolti i preziosi frammenti, le asciugò le labbra e con le dita si accertò che il suo cuore battesse ancora. Sempre più tempo però intercorreva tra un battito e l’altro, fino a quando i secondi divennero minuti e i minuti, un tempo indefinito. La veggente si strinse le braccia intorno al corpo, incapace di esprimere le diverse emozioni provate in quell'instante. Titubante, si chinò sulla guerriera cercando di sollevarle le spalle e fu in quel momento che notò qualcosa di davvero insolito. Alcune ciocche erano diventate canute; sottili fili argentei si erano mescolati alla chioma scarlatta della fanciulla. Madame Taròt li sollevò per osservarli più da vicino e presto un prepotente battito cardiaco rianimò il corpo di Xera. Subito la donna arretrò, il suo istinto, infatti, le diceva di stare lontana e lentamente sempre più fili argentei ricoprirono il capo della guerriera. Il cuore accelerò e il pallore sul suo volto svanì ma non del tutto. 

La Paramal tuttavia si fece coraggio e tornata al suo capezzale, le alzò la palpebra destra. Poté quindi riprendere a respirare, poiché gli occhi della fanciulla avevano mantenuto la colorazione originale e questo poteva significare solo una cosa: c’era ancora tempo. Agitò il polso e tra le mani le comparvero tre carte. La prima era uno dei suoi scheletri che una volta materializzato, circondò la ragazza con le sue catene. Il respiro affannoso si placò pian piano ma non fu sufficiente. La seconda carta invece era la Forza, l’unica in grado di contenere i movimenti della giovane leva. Infine evocò l’ultima carta. Una donna dai fluenti capelli vermigli come il sole al tramonto, si materializzò. I suoi occhi erano più azzurri del cielo stesso e simili a lame affilate scrutarono la dimora. Le grandi ali glauche poggiate sulla schiena si mossero appena, seguendo i movimenti ondulatori compiuti dalla donna. Indossava una veste leggera color erba che ricordava la seta, sebbene il tessuto sembrasse non appartenere al mondo terreno. Nella mano destra la donna cingeva una giara contenente del vino, nell’altra invece, una seconda giara ma ricolma d’acqua limpida e fresca. Benché fossero di discrete dimensioni, non sembrava affaticata e con naturalezza sollevò la giara con l’acqua e l’accosto alla gemella, versandone tutto il contenuto che andò a trasformare il livido nettare in acqua pura. 

La donna prese un calice e lo riempì fino all’orlo senza versarne neanche una goccia e seguendo le indicazioni della Paramal, si accostò alla fanciulla riversa sul divano. I suoi occhi indugiarono a lungo su Xera, al punto che Madame Taròt dovette schiarirsi la gola ben due volte prima che lei eseguisse i suoi ordini. Con una mano le sollevò il capo e subito, al solo contatto, Xera sembrò tranquillizzarsi. Poi lentamente le accostò il bicchiere alle labbra, cosicché la guerriera bevesse il misterioso liquido. Non appena il bicchiere fu svuotato, le catene e lo scheletro svanirono, seguite dalla fanciulla e dal fido leone che fino a quel momento avevano bloccato le braccia di Xera. Anche le due giare sparirono in fretta al contrario della donna che, inginocchiata al capezzale della fanciulla, iniziò ad accarezzarle il capo fino a quando ogni filo argenteo fu estinto. <<Puoi andare adesso!>> intimò la vecchia veggente infastidita dall'insubordinazione della sua carta. <<Ancora qualche altro minuto!>> rispose la donna, ignorando lo sguardo truce che Madame Taròt le aveva rivolto. <<Temperanza, la prossima volta non te lo ripeterò>> ribatté scura in volto <<Non sei sua Madre!>>. La donna si voltò di colpo fulminando la Paramal che tuttavia non sembrò per nulla intimorita, per poi sollevarsi in piedi e dischiudere le grandi ali che riempirono la stanza di piume. Nel momento in cui queste ultime svanirono, la donna era tornata a essere una comune carta che la veggente ripose nel mazzo. Xera era ritornata alla normalità e il suo respiro calmo e leggero tranquillizzò finalmente Madame Taròt.

                                                    ...

Un'improvvisa sferzata di vento gelido rabbrividì la vecchia signora, benché ogni finestra fosse stata accuratamente sigillata, ma la casa aveva fatto il suo tempo ormai e di spifferi ve ne erano fin troppi. Il vento però si fece più insistente e i vetri scricchiolarono mossi dal pressante flusso d’aria. Da poco era giunta la sera ma le fosche nuvole cariche di pioggia che avevano conquistato i cieli di Kodur, anticiparono l’avanzare delle tenebre. Soltanto qualche lampo sporadico illuminò le strade del villaggio e di riflesso anche l’angusta dimora. Presto la pioggia iniziò a cadere, prima lentamente e infine sempre più impetuosa, bagnando tetti, strade e tutti coloro che ebbero la sfortuna di essere per strada durante il temporale. Madame Taròt aveva riempito la stanza di piatti e bicchieri, con il compito di raccogliere l’acqua piovana che filtrava dalle fessure del tetto, ma quella sera non furono sufficienti e più volte fu costretta a svuotarli per poi rimetterli al loro posto. Il camino scoppiettava ma il calore che produceva non servì a scaldare quelle fredde mura. Quando la veggente gettò nel fuoco dell'altra legna, questo si ravvivò abbastanza da scaldarla momentaneamente tuttavia la donna non poté godere a lungo del ritrovato tepore, poiché l’uscio della dimora si spalancò all'improvviso.

Madame Taròt sobbalzò alla vista delle due sagome che si stagliavano all’ingresso. Solo un fulmine scoppiato in quel frangente, rivelò la loro identità. Il curatore e la giovane maga erano visibilmente provati. I loro abiti erano logori e bagnati, e diverse ferite sparse sul loro corpo, indussero la donna a pensare che la missione non fosse stata una passeggiata. I due ragazzi si chiusero la porta alle spalle ma l’unica cosa che Reilhan riuscì a dire riguardava la salute dell’amica e così tranquillizzato dalle parole della veggente, si mise a frugare nella sua bisaccia. Elesya si accasciò sul pavimento con la schiena rivolta al muro, mentre il curatore si avvicinò zoppicando al divano, con un rigoglioso mazzo di piccoli fiori cobalto in mano. Madame Taròt afferrò i fiori e diretta al bancone, iniziò a estrarne il nettare pestando le radici in una ciotola. Una parte del mazzo (la più importante) la nascose invece in una delle sue credenze, ma i ragazzi erano troppo stanchi e non se ne resero conto. La Paramal mescolò la sostanza ottenuta con la minestra che ribolliva nel calderone di peltro e con un mestolo ne versò una sostanziosa porzione in una ciotola. Subito la consegnò a Reilhan che sino al quel momento era restato accanto all’amica, stringendole la mano. <<La deve mangiare fino all’ultimo boccone>> spiegò Madame Taròt, porgendogli anche un cucchiaio di legno. Il Novizio eseguì l’ordine e in men che non si dica la ciotola fu svuotata. Durante l’attesa, la Paramal chiese alle leve spiegazioni in merito al loro aspetto, così Elesya le narrò per filo e per segno, quanto era accaduto.

<<Le acque ci avevano quasi inghiottito>> aggiunse Reilhan, <<e quando i miei polmoni erano sul punto di arrendersi, qualcosa di viscido e nero mi ha cinto la vita trascinandomi sulla riva>>. Elesya arrossì e Madame Taròt la fissò << Se non fosse stato per lei, noi oggi non saremmo qui>> rivelò il Novizio colmo di gratitudine. <<Ho solo evocato le mie funi, sebbene continui a ripetergli di averlo fatto inconsciamente; io non ho alcun merito>> si giustificò la fanciulla abbassando lo sguardo ma Reilhan scosse il capo con insistenza. <<Non soltanto mi ha salvato, ma ha persino ritrovato la barca. Perciò finita la tempesta, abbiamo ripreso il viaggio. E non è tutto>> continuò a spiegare il Novizio gesticolando con vigore. <<Nel momento in cui abbiamo raggiunto la scogliera, ci siamo resi conto che non conoscevamo l’aspetto della pianta e le onde che sferzavano la terra, non ci permettevano di raggiungere il bordo della montagna. Escludendo quindi tutte quelle presenti nei prati adiacenti e che entrambi conoscevamo, eravamo sul punto di tornare indietro quando una delle onde ha superato in altezza la scogliera, portandoci con sé. Per fortuna sono riuscito ad aggrapparmi a una sporgenza, pur ferendomi una gamba. Elesya invece è caduta a pochi passi dal mare su di uno scoglio piatto>>. La ragazza rabbrividì distogliendo lo sguardo dal curatore per allontanare i brutti ricordi. Il gomito le faceva ancora male così come la testa. 

<<Solo in quel momento ho potuto scorgere dei fiori tra le brecce nella roccia e cercando di non cadere, sono riuscito a strapparne un nutrito mazzo. Le braccia e il piede però non sono stati in grado di sostenere il mio peso a lungo, senza contare quello del Maglio che avevo sulle spalle. È allora che Elesya è intervenuta di nuovo>>.
La Paramal ascoltò in silenzio e fu così che apprese come la magia della giovane maga aveva permesso loro di salvarsi da morte certa. Ne avevano guadagnato diverse ferite, ma presto il potere del curatore avrebbe posto rimedio. Sebbene Reilhan non facesse altro che elogiare la sua amica, Elesya non smise mai di ripetere che tutte le azioni da lei compiute erano state frutto del caso e che la maggior parte delle volte, la sua magia aveva agito autonomamente. Soltanto Madame Taròt trovò quella spiegazione insolita. <<Che peccato, avrei voluto esserci anch’io!>> una flebile voce interruppe il racconto del Novizio. Tutti e tre si voltarono in sincrono scorgendo Xera che li osservava perplessa. <<Cosa c’è?>> fece lei stanca dei loro sguardi insistenti. Reilhan subito la raggiunse cingendola in un lungo abbracciò, durante il quale a stento riuscì a mascherare la sua commozione. 

<<Potrei iniziare a pensare che ti piaccia, se stringi ancora un altro po’>> affermò Xera sarcastica <<Non te ne stai lamentando però>> rispose a tono il Novizio separandosi da lei suo malgrado. Xera arrossì ma non ebbe il tempo di controbattere poiché anche Elesya le era saltata al collo. La guerriera ricambiò il gesto affettuoso, seppur persino alzare le braccia le risultò molto faticoso. Quando la mano sfiorò involontariamente il collo della maga, Xera avvertì un fremito raggiungerle la spalla, proiettando nella sua testa una serie di immagini nefaste alle quali, inerme, fu costretta ad assistere.

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