martedì 1 luglio 2014

Xera, la ragazza con la spada (pag. 76)

Reazioni: 
<<Prevedibile!>> pensò, quando l’ingresso del labirinto svanì una volta superato. Xera scrutò la nuova caverna con circospezione, non aveva più senso correre ora che le lucertole avevano smesso di inseguirla. I muri del labirinto erano costituiti da siepi impenetrabili di notevole altezza, forse per impedire ai malcapitati ospiti di orientarsi. Per Xera tuttavia non avrebbe fatto alcuna differenza, essendo in grado di perdersi persino in città perfettamente organizzate. All’idea di dover affrontare un sistema di strade senza uscita la guerriera rabbrividì, rimpiangendo i rettili che si era appena lasciata alle spalle. 

Xera s’incamminò senza prestare particolare attenzione alla strada imboccata, poiché il labirinto la distraeva continuamente. Le siepi, infatti, apparentemente identiche rivelarono invece caratteristiche singolari. Alcune erano gremite di rose variopinte; altre di rovi inespugnabili; altre ancora avevano forme irregolari che ricordavano, per certi versi, i giardini reali di Nortor. <<Non ha badato a spese!>> esclamò a gran voce. Ogni siepe affondava le sue radici nella solida terra e nonostante non vi fossero sorgenti d’acqua e la caverna impedisse alla luce dei soli di penetrare, queste erano rigogliose e lussureggianti. Un altro dettaglio che le balzò subito all’occhio, fu la mancanza d’illuminazione artificiale. Eppure la caverna era molto luminosa: da dove proveniva allora quella fonte di luce? La guerriera provò a seguire i tratti del labirinto che le sembrarono maggiormente illuminati, tuttavia non trovò altro che vicoli ciechi. 

Stanca di avanzare senza un buon piano, provò a sfruttare una siepe costituita da rovi, per arrampicarsi e scrutare così il dedalo dall’alto, ma non appena sfiorò il primo ramo, questo si mosse con riluttanza e dopo alcuni secondi bruciò, proprio com’era accaduto alle lucertole.
La guerriera si guardò le mani con stupore, l’armatura era talmente leggera che per un momento aveva dimenticato di averla indosso. Le serrò in piccoli pugni e con forza colpì i rovi dinanzi a lei. Ma le radici si mossero in fretta, aprendo un varco che permise alla guerriera di superare il muro. Questi poi si richiusero su se stessi, diventando tutt’uno con la roccia della caverna. Xera riuscì a mantenere l’equilibrio, nonostante la reazione improvvisa della siepe l’avesse spiazzata. Quando tuttavia eseguì la medesima strategia con l’ennesimo muro, si accorse che il varco l’aveva ricondotta all’ingresso del dedalo. Le lucertole, infatti, erano ancora lì che tentavano di entrare nel labirinto. 


La guerriera comprese che cercare di distruggere i muri sarebbe stata una perdita di tempo e guardandosi attorno, cercò con gli occhi dei punti di riferimento. <<Se solo potessi scalare le siepi!>> mormorò pensierosa. Solo allora ricordò quanto in alto le permettesse di saltare la nuova armatura e caricando gli arti inferiori, si slanciò con tutta la forza che aveva. Volse lo sguardo prima a Nord, poi a Est e infine a Ovest (o almeno lo suppose) e tutto ciò che riuscì a scorgere, prima di risentire delle ferite che ancora pulsavano, fu poco o niente. Quando infine fu la volta di saltare verso Sud, notò con sorpresa che in quella direzione la luce era più intensa. Con una nuova meta da inseguire, Xera si mosse cercando di non farsi distrarre dalle bizzarrie del dedalo, così da non confondere i punti cardinali. Se per caso si sentiva persa, le bastava saltare alla ricerca della fonte di luce e riprendere quindi il cammino. 

A pochi metri dall'obiettivo, la guerriera accelerò il passo, ansiosa di scoprire il mistero del labirinto. Si ritrovò tuttavia dinanzi ad un nuovo vicolo cieco, alle cui spalle era celata la fonte di luce che Xera aveva rincorso fino a quel momento. Istintivamente si preparò a colpire il muro, poi però, temendo di essere ricacciata ancora una volta all’ingresso del dedalo, si fermò a riflettere sul da farsi. Aveva camminato per ore senza rendersene conto e ben presto la fatica sostenuta le cadde addosso inesorabile. Xera si accasciò a terra, il suo corpo esigeva di riposare, nonostante Divaahr colmasse la spossatezza con il vigore. Dalla bisaccia estrasse quel che restava delle sue scorte di cibo: una parte l’aveva persa durante l’attacco delle lucertole. Masticando a fatica della carne secca però, si sentì meglio e la sua mente che fino a quel momento aveva faticato a mettere insieme anche le più piccole idee, cominciò a lavorare senza sosta. 

Xera bevve qualche sorso d’acqua dalla borraccia, dosando il prezioso liquido che ormai era agli sgoccioli, ma subito si fermò e osservando il contenitore di pelle, ebbe una folgorazione. A differenza della caverna precedente, il dedalo non era né umido né ristagnate, al contrario non vi era la minima traccia d’acqua. Ricordò che una volta Elesya, proprio durante la raccolta di alcune piante, le aveva parlato di rari esemplari che in assenza d’acqua si addormentavano, innestando un sistema di nutrimento estremamente lento. “Saresti sorpresa nel vedere come intere foreste, sono alimentate da una singola fonte d’acqua”; le parole dell’amica le risuonarono in testa, suscitando in lei afflizione nel saperla ancora in pericolo. Al tempo, non ebbe modo di chiederle cosa accadeva a quelle piante se irrorate improvvisamente d’acqua, ma presto lo avrebbe scoperto da sola. Afferrò la borraccia con entrambe le mani e in fretta la svuotò sul muro di rovi dinanzi a lei. 

All'improvviso le radici, prima intrecciate, iniziarono a danzare fendendo l’aria in preda all’eccitazione. Come fossero impazzite, si colpirono a vicenda per assorbire l’acqua raccolta nei buchi del terreno, ignorando così la guerriera che ne approfittò per superare il varco appena creato. Quando però giunse in quello che doveva essere il centro del labirinto, i rovi la colpirono alle spalle scaraventandola a terra, inerme. In qualche modo dovevano aver percepito le poche gocce che restavano nella bisaccia e per loro Xera divenne presto un ostacolo da abbattere. Mentre in precedenza non avevano fatto altro che colpirsi l’un l’altra, questa volta decisero di far fronte comune, mosse dal desiderio di accaparrarsi la restante acqua. La radice che aveva colpito Xera era finita in cenere, tuttavia non intimorì i rovi superstiti che senza esitare si scagliarono contro la guerriera. 

Rotolando su se stessa evitò la prima sequenza d’attacchi, poi con gran prontezza di riflessi, afferrò due radici con le mani, innescando quindi la loro autocombustione. Alcuni rovi però fuoriuscirono dal terreno sorprendendo la guerriera che, incapace di prevederlo, fu di nuovo atterrata. Ancora una volta questi bruciarono e gradualmente il loro numero diminuì. Restarono ormai pochi esemplari svegli e Xera, allo stremo delle forze, si preparò a scatenare il colpo finale. Ma le radici si fusero tra loro, diventando un unico rovo al quale spuntarono delle spine aguzze, secernenti del veleno denso come il miele. Xera indietreggiò di qualche passo; non sapeva se Divaahr l'avrebbe protetta anche dal veleno, per cui pensò che un attacco fisico non fosse l’idea giusta ma senza una spada tra le mani, quale altra scelta aveva? 

Procedendo a ritroso, si ritrovò al centro del dedalo e con sorpresa costatò che la fonte di luce era un oggetto a lei familiare. Senza perdere tempo corse in direzione dell'altare da cui proveniva il chiarore e afferrando l’arma abbagliante tra le mani, colpì con forza il rovo velenoso riducendolo a brandelli. Sventato il pericolo, Xera cadde in ginocchio stremata, ripensando a come i suoi amici - seppur distanti - le fossero accorsi in aiuto. Stringendo tra le mani il robusto Maglio di Reilhan, si sentì epurata dalla fatica e dalle ferite, che improvvisamente svanirono sotto i suoi occhi. Il martello brillava intensamente, pur non accecandola e dopo tanto tempo, Xera si sentì al sicuro avvolta dalla magia del curatore. Quando il volto del suo compagno si materializzò nei suoi pensieri, le venne un groppo alla gola. Ricordarlo succube di Goreha era insopportabile, decise quindi che quella maledizione non sarebbe durata un altro giorno ancora. 

Al centro del dedalo vi era solo il Maglio, senza il quale la caverna sarebbe stata buia e invalicabile. Utilizzando l’arma come fosse una torcia, Xera studiò le varie diramazioni che si estendevano dinanzi a lei e con sorpresa si rese conto che la luce si faceva più intensa, se puntata in un’unica direzione. Non le restò altro da fare che fidarsi del potere del maglio, sperando di raggiungere presto l’uscita. Xera non incontrò più vicoli ciechi, al contrario i rovi sembrarono intimoriti da quella fonte di luce che inibiva i loro movimenti. Giunse così alla fine del dedalo che si mostrò entusiasta di liberarsi di lei; non a caso si richiuse velocemente alle sue spalle, fondendosi con la roccia. L’ennesimo corridoio tetro la attendeva, tuttavia questa volta il maglio avrebbe reso il passaggio più semplice. Superò senza difficoltà diversi sistemi di caverne, protette solo dalle tenebre o dalle solite lucertole che sconfisse in pochi minuti. Poi giunta all’ingresso del castello vero e proprio, s’incamminò sulle articolate rampe di scale che, senza alcun criterio, si diramavano verso l’alto fino quasi a toccare il soffitto, anche se di questo non vi era alcuna traccia. 

Le prime tre rampe non parvero particolarmente anguste, però raggiunta la quarta, questa iniziò a crollare su stessa, costringendo Xera a compiere enormi balzi per avvicinare le successive. Quando anche quelle dinanzi a lei si sbriciolarono sotto i suoi occhi, la guerriera si lanciò all’interno di una breccia nel muro che le permise di non cadere nel vuoto. Le scale erano tutte distrutte, ma da quella posizione poté intravedere l’accesso a un nuovo corridoio, benché per raggiungerlo avrebbe dovuto scalare orizzontalmente le pareti, poiché una profonda voragine la separava dall’uscita. Per prima cosa posò il maglio nella bisaccia che spinse alle sue spalle, in modo tale da poter sfruttare la sua luce e al contempo non esserne intralciata. Lentamente si aggrappò a delle sporgenze sulla parete, facendo ben attenzione ad adagiare i piedi per avere un’equa distribuzione del peso corporeo. Di tanto in tanto le capitarono zone particolarmente friabili, tuttavia Divaahr le permise di non perdere l’equilibrio, accentuando la forza delle braccia o dei piedi all’occorrenza. 
Toccata infine l’ultima insenatura, Xera scalò la parete restante e con non poca difficoltà, riuscì a raggiungere l’ingresso scoperto in precedenza. Superò così l’ennesimo corridoio, sperando in cuor suo che fosse l’ultimo.

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