martedì 25 marzo 2014

Xera, la ragazza con la spada (pag. 51)

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I pensieri di Alea (parte terza)


L’uomo mascherato posò sia il calice sia il pugnale, sull'altare e con entrambe le mani, innalzò una delle sculture più preziose della collezione. Era costituita interamente da Sillimanite: fatta eccezione per gli occhi che da quella distanza, mi sembrarono di cristallo. Mentre sollevava la scultura, l’uomo si voltò e porgendoci le spalle, continuò a invocare le sue preghiere.  Contemporaneamente tutti gli abitanti di Taseth abbassarono il capo, fino quasi a sfiorare la terra con la fronte. Nessuno sembrò far caso a me, quando avanzai di qualche fila per migliorare la mia visuale. 

Mi ritrovai così, a pochi passi dall'altare e assumendo la stessa posizione di tutti gli altri, finsi di pregare. Dopo un paio di minuti, l’uomo mascherato posò la preziosa effige su un piedistallo di marmo e cantando, tornò in possesso del calice e del pugnale. Improvvisamente tutti smisero di parlare, compreso l’uomo e in perfetta sincronia, si portarono le mani al petto. Il silenzio allora, divenne insopportabile; non avrei retto ancora per molto e sebbene l’istinto mi urlasse di scappare, decisi di aspettare fino alla fine, temendo per la vita della bambina. 

L’uomo mascherato inserì ancora una volta il pugnale nel calice e quando la lama fu completamente intrisa di sangue, lo puntò contro la fanciulla distesa. Accadde tutto in pochi secondi e riflettendoci, ancora oggi non rammento a cosa stessi pensando, poco prima di fiondarmi contro quell'arma. Non ebbi la possibilità di invocare la mia spada e senza alcuna difesa, mi frapposi tra la lama e la bambina, cercando di portarla via dall'altare. Il pugnale penetrò la mia gamba come fosse burro, ma non ebbi il tempo di realizzare il dolore lancinante che provai, poiché il mio unico desiderio, era quello di proteggere la fanciulla che stringevo fra le braccia. 

Stranamente pero, nessuno cercò di attaccarmi, né tanto meno di scacciarmi via: nei loro sguardi percepii solo paura. La bambina pianse spaventata, così senza far resistenza, la lasciai tornare dalla sua famiglia, ritrovandomi circondata da una folla incredula. L’uomo dietro l’altare allora, si tolse la maschera e guardando la mia ferita, fu preso dal panico. In fretta abbandonò il pugnale a terra e in preda al terrore, esortò i suoi concittadini a tornare nelle loro case. Mi ritrovai così da sola, al centro di un villaggio deserto. 


Essendo stata colpita da una lama sottile, la ferita non mi preoccupò, tuttavia cercai di medicarla al meglio delle mie possibilità per non perdere altro sangue. Bendato il taglio, mi sentii stranamente debole, come se avessi combattuto per giorni senza sosta. Ben presto mi accasciai sui gradini della piazza e prima che ne rendessi conto, mi si annebbiò la vista. Chiusi gli occhi istintivamente, ipotizzando che nella strana mistura in cui era stata intinta la lama, ci fosse del veleno. Fu l’ultimo pensiero logico che riuscii a formulare, poco prima di urlare a causa delle dolorose fitte che mi paralizzarono la gamba. 

Era come se nel sangue circolassero milioni di aghi appuntiti, che mi trafiggevano dall'interno. La ferita pulsava e bruciava e sopraffatta dal mio stesso calore corporeo, iniziai a spogliarmi dell'indumento rubato qualche ora prima; se in quel momento, avessi perso il senno, mi sarei addirittura privata della mia stessa pelle. La testa mi scoppiava e dall'occhio destro, divenne tutto buio come la notte. Cercai disperatamente qualcosa in cui specchiarmi, ma riuscii a trovare solo un piatto di metallo nel quale a malapena si scorgeva il mio viso. Lo avvicinai quanto più potei alla mia faccia in direzione dell’occhio e sforzandomi di riaprirlo (era serrato nonostante la mia volontà) lessi il terrore che attanagliava il mio cuore, in una pupilla dorata e in una d’argento. 

Scaraventai il piatto lontano da me, poiché pensai che riflettesse il viso di un mostro e non il mio. Dopo l’occhio anche le orecchie iniziarono a sembrarmi incandescenti, ma quando portai le mani sui lati del viso, non trovai nulla da stringere. Fu in quel momento che il dolore si propagò dal cranio fino alla fine della colonna vertebrale. Ricaddi a terra, incapace di muovere le gambe e sentii la schiena in fiamme, poi al culmine del dolore, urlai a squarciagola e persi i sensi.

Quando mi risvegliai, avvertii un intenso odore di zolfo, mescolato all'acredine di qualche mistura in via di decomposizione, talmente insopportabile da provocarmi una forte nausea che mi costrinse a rimettere più di una volta. <<Finalmente ti sei svegliata!>>. La voce di una donna si propagò nella stanza e solo allora ne notai la presenza. <<Chi siete voi!>> domandai con un filo di voce e la donna, uscendo dalla penombra, si fece avanti presentandosi.

<<Il mio nome è Zaharra, la curatrice di Taseth>>, mi disse porgendomi un pezzo di stoffa per asciugarmi le labbra. <<Parlate la mia lingua?>>, <<Nel nostro villaggio è proibito, ma tutti noi conosciamo la lingua degli invasori>>

Provai ad alzarmi dal letto ma la donna me lo impedì e rimboccandomi le coperte, mi consigliò di riposare per qualche altra ora. Zaharra era una signora anziana, infatti, aveva dei lunghi capelli bianchi, intrecciati con fili variopinti che le donavano un aspetto stravagante. Era di statura bassa e a causa dell’età, la sua schiena era ricurva. Aveva la pelle più scura rispetto a tutti gli altri e i suoi occhi erano azzurri come il cielo. La donna indossava ancora le vesti da cerimonia, compreso il lungo velo vermiglio che utilizzava come mantella. Incapace di camminare autonomamente, si reggeva a un bastone di legno bianco, con una pietra nera all'estremità superiore. Ipotizzai allora che fosse una maga, piuttosto che una curatrice. Zaharra, consegnandomi un bicchiere fumante, mi ordinò di bere tutto di un fiato senza far storie ma non capii il senso delle sue parole, fino al primo terrificante sorso (era così cattivo che se avessi potuto, lo avrei subito sputato). 

Appena lo bevvi però, mi sentii meglio. La donna allora mi si avvicinò e sedendomi accanto, iniziò a pronunciare alcune formule che mi aiutarono a dormire. Non so per quanto tempo riposai, ma una volta sveglia, mi sentii al pieno delle forze. Con un agile balzo, abbandonai il letto e prima che me ne rendessi conto, ero in piedi. Persi l’equilibrio per alcuni secondi tuttavia, in seguito a un capogiro ma non caddi a terra, poiché nella stessa frazione di tempo, riuscii a raddrizzarmi istintivamente. Mi sentivo diversa. 

All'improvviso con la coda dell’occhio, scorsi qualcosa muoversi alle mie spalle e temendo che fosse un nemico, mi mossi velocemente in posizione d’attacco … dietro di me però, non c’era nessuno. Dopo qualche secondo, lo intravidi ancora una volta e di nuovo mi voltai. Andai avanti così per qualche minuto, fino a quando non cominciai a sentirmi ridicola. <<è inutile continuare a nascondersi, ti ho visto ormai!>> urlai, sperando che chiunque si stesse prendendo gioco di me, uscisse allo scoperto ma tutto tacque. Dopo l’ennesimo movimento sospetto, persi la pazienza e rimasi immobile. Attesi solo qualche secondo e quando percepii qualcosa alle mie spalle, chiusi gli occhi e lo afferrai. Provai stranamente dolore, come se avessi stretto il mio stesso braccio e quando li riaprii, mi accasciai al pavimento senza parole. Tra le mani stringevo una lunga e pelosa appendice bianca … la mia coda. 

Cercai disperatamente uno specchio nella piccola stanza, ma non trovai nulla nel quale potersi riflettere. Fu allora che Zaharra tornò e dopo aver dato un rapido sguardo alla sua casa prima ordinata, mi obbligò a sedermi e in particolare, m’invitò a lasciare la presa della coda, temendo che potessi farmi male. <<Ho nascosto gli specchi perché prima che tu possa vedere il tuo aspetto attuale, devi ascoltare ciò che ho da dirti>>, <<Scusate la poca riconoscenza ma dubito che questo sia il momento giusto per le vostre storie, piuttosto fatevi da parte affinché io possa abbandonare la vostra casa>>. 

Zaharra non rispose, si limitò a sollevare il bastone e a batterlo con forza sul pavimento, vincolandomi al letto con delle funi magiche resistenti come il metallo. <<Non permetterò a nessuno di vederti e soprattutto, non metterò in pericolo la vita dei miei concittadini, lasciandoti vagare per Taseth>> asserì, <<E come potrei ferire qualcuno, se a malapena mi reggo in piedi?>> spiegai tentando di liberarmi, <<Che tu sia distesa o retta sulle tue gambe, è irrilevante: quando il tuo sangue si è mescolato a quello della Dea, il solo fatto di essere sopravvissuta, ti ha reso il più grande dei pericoli. Ascolta le mie parole, se ti preme vivere e dopo se vorrai, sarai libera>>. La donna si accomodò sulla vecchia poltrona accanto al letto e con voce ferma, narrò la sua storia.

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