Elesya continuò a fissare il teschio per buona parte
della notte, non riuscendo a prendere sonno. <<Cosa ci nascondi?>> pensò poco prima di chiudere gli occhi e
arrendersi alla stanchezza. Quando li riaprì, non era più nella stanza della
taverna e di Xera non vi era alcuna traccia. Il suo corpo giaceva su di un
prato candido, ammantato da un’erbetta perlacea che baluginava se sfiorata
dalla luce. Istintivamente la giovane maga alzò il capo, sperando forse di
potersi orientare scrutando il cielo, ma così come la terra, anche quest’ultimo
si tingeva di un pallido color bianco, quasi fosse avvolto da un sottile strato
di nebbia. Benché fosse luminoso, non riuscì a scorgere né il primo né il
secondo sole. <<Dove mi
trovo?>> disse tra sé e sé.
Nonostante avesse pronunciato quella
frase solo nella sua mente, l’eco dei suoi pensieri risuonò vibrando nell’aria
e si propagò a macchia d’olio per tutto quell’ambiente sconfinato. Una volta in
piedi, Elesya mosse qualche passo prima in una direzione e poi nel suo esatto
opposto, ma quel luogo era sempre identico, quasi il suo spostarsi fosse solo
una mera illusione. Dopo solo pochi minuti, la ragazza iniziò a provare uno
strano senso d’oppressione che le sembrò paradossale dinanzi a un luogo che
pareva estendersi all’infinito. Eppure quella staticità le diede la sensazione
di essere in trappola e nel momento in cui non riuscì più a sopportare la gabbia invisibile
che pendeva sul suo capo, iniziò a correre senza meta e senza destinazione. I
polmoni ardevano e a stento riuscì a respirare. Le sembrò di aver corso per ore
seppur la sua mente la smentisse. <<Voglio tornare a casa!>> pensò e ancora una volta i pensieri
divennero suono e il suono si fece eco. Quando infine l’eco si placò, Elesya cominciò a tremare infreddolita.
